Far finta che la morte non sia nulla è un’offesa a Dio

Spesso, alla fine dei funerali, qualche parente sale all’ambone a leggere una specie di poesia di un teologo anglicano, che inizia dicendo «La morte non è niente».

Può sembrare bella, consolatoria… ma a mio avviso è un inganno. E non è nemmeno una novità, anzi.

Un’idea che viene da lontano

Ai tempi del mio esame di maturità c’era ancora l’usanza di produrre una “tesina”.

La mia era intitolata «Bene mori est libenter mori­» – Posizioni di fronte alla morte nel pensiero antico.

Ebbene, tra i tanti stratagemmi escogitati dai pensatori antichi che passai in rassegna, mi torna in mente quello di Epicuro, che diceva proprio così:

«la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più. Non è nulla dunque, né per i vivi né per i morti, perché per i vivi non c’è, e i morti non sono più» (Epicuro, Lettera a Meneceo 125-126).

Come si vede, l’affermazione che la morte non è nulla di cui preoccuparsi è ben antica (siamo a cavallo tra il 4° e il 3° secolo a.C.).

Ed è un’idea che – a mio avviso – sta alla base dell’atteggiamento umano odierno: meno si pensa alla morte, meglio è; della morte non bisogna preoccuparsi, altrimenti ci si guasta l’esistenza.

Si cerca quindi di parlarne il meno possibile, di nasconderla alla vista (diventa sempre più un fatto privato, dai funerali sempre più richiesti nelle cappelle delle Case di Riposo alla cremazione con dispersione delle ceneri etc etc), soprattutto ai bambini.

Da un estremo all’altro

Dall’altra parte si cerca di esorcizzarla rappresentandola continuamente sui media (anche nei cartoni animati), in modo più o meno crudo e violento, quasi come se fosse normale.

Oppure la si ridicolizza, mischiando burla, sincretismo, rappresentazioni giocose di essa.

Ben altra cosa erano le danze macabre medievali, che invece avevano lo scopo di far prendere la morte sul serio.

Oppure la si invoca come una liberante soluzione di tutti i problemi (basti pensare alla leggerezza con cui si parla di aborto ed eutanasia).

Epicuro, nel suo ragionamento, era già più avanti (e più saggio):

«i più, nei confronti della morte, ora la fuggono come il più grande dei mali, ora la cercano come cessazione dei mali della vita. Il saggio invece né rifiuta la vita né teme la morte; perché né è contrario alla vita, né reputa un male il non vivere» (Epicuro, Lettera a Meneceo 126).

Io voglio esserci!

Epicuro dice che «quando c’è la morte non ci siamo noi e viceversa».

Al di là del fatto che la morte ci circonda ad ogni istante (ovviamente non la nostra, ma quella delle persone care che muoiono, e quindi l’affermazione è quantomeno illusoria), io – quando toccherà a me – voglio poterla vivere con tutto me stesso, come il momento più alto della mia esistenza.

Lo chiedo spesso al Signore, nella preghiera, di concedermi di poter vivere quel momento pienamente cosciente, in grazia di Dio e attorniato da chi avrà camminato con me nella fede.

Spesso i miei parrocchiani (anche i cristiani più ferventi) mi dicono «io voglio morire senza rendermene conto, nel sonno, senza soffrire».

E io li sgrido e redarguisco.

Perché se Dio stesso ha preso così sul serio la morte (e la sofferenza lancinante della Croce) da non risparmiarla al suo Figlio, significherà pure qualcosa!

Significa che la morte non è uno scherzo per Dio.

Che non lo fosse per Gesù lo possiamo constatare già dal racconto della risurrezione di Lazzaro: perché mai Gesù scoppia a piangere davanti alla tomba dell’amico, se di lì a pochi istanti l’avrebbe risuscitato?

Perché la morte è mistero per l’uomo, ed è tragedia persino per Dio.

Così afferma il libro della Sapienza:

«Dio non ha creato la morte
e non gode per la rovina dei viventi.
Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; […]

Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità,
lo ha fatto immagine della propria natura.
Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono» (Sap 1,13-14a; 2,23-24).

Il dono più alto di sé

La morte è una cosa seria. E Dio ha mandato suo Figlio non solo per sconfiggere la morte, ma per renderla il momento più alto del suo dono d’Amore agli uomini.

Cristo Gesù ha abbracciato la morte, annientando totalmente se stesso, per fare della sua vita un dono totale e gratuito.

Ha accolto la sofferenza di una ingiusta condanna a morte (e indicibili torture) per farci capire fino a che punto Dio è disposto ad arrivare per noi.

La morte è abbandono fiducioso nella mani di Dio

Oltre ad essere il dono supremo della vita stessa di Dio (che si rinnova ogni volta che noi celebriamo l’Eucaristia), la morte di Gesù è anche il momento più alto della fede.

Gesù sulla Croce si abbandona totalmente al Padre: «Padre,nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).

E’ quello che siamo chiamati a fare noi.

Nella nostra vita i momenti della sofferenza, della malattia e – infine – della morte, sono quelli che ci riportano a riconoscere quello che siamo veramente: creature povere e fragili.

Lo diceva anche ieri Papa Francesco:

«la morte è uno schiaffo alla nostra illusione di onnipotenza, che ci ricorda l’impossibilità di essere, di capire e di comprendere tutto. Ci insegna nella vita a relazionarci con il mistero. Ci insegna che da sempre e per sempre c’è qualcuno lì che ci sostiene. Prima e dopo la fine. Ci sono tre morti, che svuotandoci riempiono la vita: la morte di ogni istante, la morte dell’ego e la morte di un mondo che cede il passo a un mondo nuovo. Se la morte non ha l’ultima parola è perché nella vita abbiamo imparato a morire per un altro. Una cultura che dimentica la morte comincia a morire dentro di sé. Chi dimentica la morte ha già cominciato a morire» (videomessaggio ai giovani di Scholas Occurrentes).

Morire è nascere alla vita vera

Leggevo tempo fa che, per immaginare cosa ci aspetta dopo la morte, dovremmo fare un po’ il paragone di quello che siamo ora rispetto a quello che eravamo nello stato fetale.

Il bimbo sta molto bene nella pancia della mamma, non sente bisogno di nulla perché nulla gli manca, e non vuole certo cambiare condizione e nemmeno sa cosa gli spetta.

Ma quando viene partorito, la prima cosa che fa è piangere. E’ un trauma per lui affrontare questo passaggio così difficile.

Così è per noi, che ci affezioniamo così tanto a questa vita terrena e abbiamo paura di affrontare di nuovo un tremendo trauma nel passaggio ad un’altra condizione che non sappiamo come sia…

Ma in questa immagine della nascita possiamo tentare di pensare anche ciò che il Signore ci ha promesso: qualcosa di tanto temuto quanto splendido e inaspettato, del quale non potremo più fare a meno, una volta varcata quella soglia così misteriosa e difficile che chiamiamo morte.

Gesù ci ha promesso di essere andato a prepararci un posto perché stiamo con Lui per sempre, nella Sua Casa.

Si tratta anche di imparare ad ascoltare quel desiderio insopprimibile che (come diceva Sant’Agostino) grida continuamente nel nostro cuore il bisogno di essere di nuovo con Dio, perché siamo stati fatti per Lui. Questo desiderio forte ci aiuterà a non affezionarci tanto alla vita di quaggiù, ma a sentirci sempre chiamati a qualcosa di più grande.

Ci aiuterà quindi a non aver paura della morte al punto di nasconderla o ridicolizzarla, ma quasi a desiderarla e a chiamarla, come faceva San Francesco d’Assisi, «nostra sorella morte corporale».