31a Domenica del Tempo Ordinario

Sap 11,22-12,2; Sal 145; 2Ts 1,11-2,2; Lc 19,1-10

Quello di Luca è il Vangelo della misericordia, lo sappiamo.

Ne abbiamo avuto una vivida descrizione nella 24a Domenica del Tempo Ordinario, quando la Liturgia ci ha fatto ascoltare tutto il capitolo 15.

A tal proposito, mi è venuto in mente un fatto: quando in Quaresima facciamo il ritiro coi bambini di 2a elementare (che si preparano alla Prima Confessione), iniziamo sempre la giornata con la visione di un episodio delle Videoparabole (DVD ediz. San Paolo).

In quella ricostruzione, il regista ha scelto di far raccontare a Gesù la parabola della pecorella smarrita proprio nella casa di Zaccheo, come risposta a quelli che mormoravano verso di lui, dicendo «È entrato in casa di un peccatore!».

Non è una scelta stupida, per quanto non rispecchi la disposizione cronologica scelta da Luca. L’evangelista stesso conclude la vicenda di Zaccheo con la frase «Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

L’allusione – perciò – è chiarissima: Zaccheo è quella pecorella che si era smarrita da tempo, per la quale il buon pastore ha abbandonato le centinaia di “giusti” che facevano ressa e calca attorno a lui nella città di Gerico.

Gesù non è solo il “narratore” della misericordia divina, ne è l’attuatore, il compimento.

Il nome di Dio è “Misericordioso”

Bellissimi i brani che il Lezionario ha scelto come introduzione e cornice al quadro luminoso di Gerico. Anzitutto il libro della Sapienza:

«Signore… Tu hai compassione di tutti, perché tutto puoi,
chiudi gli occhi sui peccati degli uomini,
aspettando il loro pentimento
Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,
Signore, amante della vita.
…Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano
e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato,
perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore»

La pazienza, l’indulgenza, la comprensione, la compassione… è un Dio che si mette nei nostri panni, che sta dalla nostra parte.

Suggella il tutto il bellissimo Salmo 145, con questi versetti:

«Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature».

Non sono solo caratteristiche. “Misericordioso” è il nome proprio di Dio, come troviamo già in questo brano dell’Esodo:

«il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui (Mosè) e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione”» (Es 34,6-7).

Ah, se ogni educatore (a partire dai genitori) dovesse riuscire a mettere in pratica questi atteggiamenti!

Noi invece siamo quelli del «tutto e subito». Quante volte sento confessare (e confesso) «ho perso la pazienza».

Lo sappiamo quanto è difficile essere pazienti, perché la pazienza è la virtù di chi è disposto a patire.

Non pensiamo che a Dio non costi fatica (e dolore) questa attesa che sembra infinita: come ad un genitore che attende nella notte un figlio che non fa ritorno, e sta col cuore in gola.

E’ l’esperienza che si intravede nel cuore del Padre Misericordioso, nella parabola del figliol prodigo.

Finita l’attesa non si può più tentennare

Abbiamo detto che Dio ha una pazienza infinita, perché fa “Paziente” di nome.

Ma quando avviene l’incontro e l’uomo finalmente si decide a rispondere, allora non è più tempo di indecisione.

Gesù – che conosce il cuore dell’uomo – ha visto che Zaccheo era ormai pronto all’incontro decisivo. Perciò lo chiama per nome e gli dice: «scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».

La chiamata è perentoria, non ammette tentennamenti.

E lui non esita affatto: appena si sente chiamato in causa «Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia».

Quello che avviene in Zaccheo è un vero e proprio miracolo, non una semplice conversione.

Non è una cosa così scontata – però – tanta prontezza nel rispondere al Signore.

Altri davanti a Gesù avevano tentennato, fino al punto di perdere l’occasione:

«A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”» (Lc 9,59-62).

Non molti versetti prima del racconto di Zaccheo, Luca ci presenta l’incontro col notabile ricco, che – purtroppo – ha questo epilogo:

«Gesù gli disse: “Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi!”. Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco» (Lc 18,22-23).

Era ad un solo passo dal Regno di Dio ma non è stato capace di liberarsi da ciò che lo teneva legato (è il pericolo che sottolineavo nel commento al vangelo della 13a Domenica del Tempo Ordinario).

Quanti “treni” vogliamo lasciar passare prima di salire?

Da quanto tempo siamo cristiani noi? Da quanto conosciamo Gesù Cristo?

Quant’è che ci ha chiesto – come a Zaccheo – «scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua»?

E noi, abbiamo davvero dato una svolta alla nostra vita?

Oppure siamo ancora nascosti tra i rami di un sicomoro a guardare Gesù che passa, come dei semplici spettatori, senza volerci lasciar coinvolgere?

Quante volte abbiamo rimandato una seria conversione, dicendo «lo farò domani» (come per l’intraprendere una dieta, lo smettere di fumare etc.)?

Pare che Sant’Agostino – in uno dei suoi discorsi – abbia affermato: «Timeo Dominum transeuntem et non revertentem», cioè «Temo che il Signore passi oltre e non ritorni più».

Non abusiamo continuamente della pazienza di Dio, non pensiamo che «tanto Dio è buono»… perché questa volta che passa sotto il nostro sicomoro potrebbe essere l’ultima che abbiamo a disposizione.