23a Domenica del Tempo Ordinario

Sap 9,13-18; Sal 90; Fm 1,9-10.12-17; Lc 14,25-33

Quello che leggiamo questa domenica è uno dei brani di Vangelo che più potremmo definire “un pugno nello stomaco”.

Gesù, il Figlio di quel Dio che ha comandato «onora il padre e la madre» (cosa che Lui stesso ribadisce – più avanti – nello stesso vangelo di Luca) oggi ci dice :

«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo».

La nuova versione CEI del 2008 si è premurata di tradurre in modo non più così letterale (ora leggiamo «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre…»).

La revisione ha cercato così di includere – nella traduzione stessa – la spiegazione del fatto che nel mondo ebraico non esiste il comparativo di maggioranza e minoranza e, per esprimere una preferenza in tal senso, usa solo i verbi “amare” e “odiare”.

Ma anche una traduzione più mitigata ci fa storcere il naso, e ci fa dire: «Gesù, ma chi credi di essere?!»

Dio può chiedere tutto perché ci ha già dato tutto

In effetti, una delle prove più concrete del fatto che l’uomo Gesù di Nazareth fosse cosciente di essere il Figlio di Dio (oltre al dire spesso «ti sono rimessi i tuoi peccati») è questo chiedere per sé solo quello che Dio aveva chiesto per sé:

«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze…» (cfr Dt 6,4-9)

L’amore che Dio chiede per sé è totalizzante, esclusivo: non ammette di essere spartito o condiviso con alcuno.

Solo Dio può permettersi una richiesta simile, perché Lui ha già dato tutto. Tutto quello che siamo – per chi crede – è dono di Dio.

Anche la nostra stessa vita. Anzi: quella prima di tutto!

Per questo Gesù, sapendo di essere Dio, chiede di amarlo persino «più della propria vita».

Davanti ad una richiesta siffatta ci viene davvero da ripetere e balbettare le parole iniziali della prima lettura:

«Quale uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?
I ragionamenti dei mortali sono timidi
e incerte le nostre riflessioni»

Ma – se ci pensiamo bene – la richiesta di Dio (e di Gesù) di amarLo più della nostra stessa vita non è una cosa assurda, ma la regola dell’amore vero.

Potremmo definirci persone che amano davvero se ci innamorassimo più di un regalo che non della persona amata che ce lo ha fatto?

Facciamo un esempio: se tua moglie potesse regalarti una Ferrari e tu ti affezionassi a quella più che alla tua consorte, tanto da trascurarla e dimenticarti di lei – tutto preso dall’auto che ti ha regalato – cosa si potrebbe dire del tuo “amore” coniugale?

Così è per Dio: se ci affezioniamo più alla nostra vita e a tutto ciò che la circonda (compresi la salute, gli affetti, i passatempi…) non ci staremmo dimenticando di chi ci ha fatto dono di tutto questo, Colui che ci ama a tal punto da averci dato se stesso?

Dio ci ha dato tutto, compreso se stesso, nella vita e nella morte del Suo Figlio Gesù (cfr Gv 3,16).

Per questo si può permettere di chiederci tutto.

O tutto o niente

Così ci insegna Gesù.

La regola dell’amore – come ce lo insegna Gesù Cristo – è quella che mi ha travolto e folgorato un giorno che l’ho letta su un’immaginetta donatami dal mio padre spirituale:

«Non hai dato niente, finché non hai dato tutto».

E’ l’esperienza che hanno fatto tanti Santi.

Per esempio San Benedetto, che nella sua Regola scrive: «niente anteporre all’amore di Cristo» (4,21).

O anche – stupenda – l’esperienza e l’inizio della conversione della Beata Angela da Foligno: era il mercoledì della settimana santa del 1301, quando, meditando sulla morte del Figlio di Dio incarnato, sentì nella sua anima l’eco di queste parole divine: «Io non ti ho amata per scherzo».

Se non è Amore è solo una misera e derisa opera incompiuta

Il Vangelo è radicale perché non è un “libretto delle istruzioni” del buon vivere.

Il Vangelo è una persona viva: Cristo, Dio fatto uomo, il Verbo fatto carne!

Essere cristiani non è mettere un po’ di religiosità nel grande cocktail della vita.

Non è andare a qualche funerale, a Messa a Natale e Pasqua, firmare l’8 per mille alla Chiesa cattolica…

La fede non è uno dei tanti “cassetti” della nostra scrivania (magari l’ultimo e il più disordinato), assieme a quello del lavoro, del divertimento, dello sport, della famiglia…

Gesù usa un’immagine vivida per descrivere un amore finto (perché non è radicale): quello dell’opera incompiuta:

«Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo…».

L’Italia è piena di opere incompiute, ecomostri e scheletri architettonici fatiscenti che attestano la scemenza di persone che hanno fatto il passo più lungo della gamba, imbarcandosi in opere faraoniche inutili (tra l’altro, a spese di altri poveri cittadini) poi abbandonate a se stesse prima ancora di arrivare a metà.

Ecco, quanto livore ci suscitano questi scempi, tanto dovrebbe suscitare in noi l’idea di un cristiano “della domenica”, il pensare che si possa “infilare” l’amore per Dio e per il prossimo tra le tante cose della nostra vita… sistematicamente mettendolo all’ultimo posto.

Anche la fede rischia di essere una delle molte cose che nella nostra vita son solo un “fuoco di paglia”: si parte esaltati, con fervore (come quando ci si iscrive in palestra, con tutti i buoni propositi), ma dopo i primi passi si pianta lì tutto… un po’ come il seme caduto tra le pietre nella parabola del seminatore (cfr Mc 4,5-6.16-17)

L’Amore, per essere vero deve essere radicale, altrimenti è solo un “fuoco di paglia”, un’opera incompiuta, nata morta.

Giustamente i “cristiani” oggi sono oggetto di derisione, perché molti di loro sono fatti solo di tante parole parole e buoni propositi ma zero fatti. Tanto fumo e niente arrosto.

Domandiamocelo: siamo cristiani autentici o misere opere incompiute, di cui essere derisi?

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