22a Domenica del Tempo Ordinario

Sir 3,17.19-21.30-31; Sal 68; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14

Dico sempre che la Parola di Dio che ci viene donata dalla Liturgia quotidiana non capita mai a caso, ma per Grazia, e la mia convinzione riceve conferme ogni giorno di più.

Almeno, così la vedo io…

Credo che non potessero “capitare” pagine più calzanti, in questi giorni di affannosi tentativi di ridare un governo al nostro Paese… Tentativi che si arenano ogni cinque minuti a causa delle pretese del tal o tal altro politico di avere un “posto di primo piano”.

«Non è questione di poltrone…» si sente continuamente blaterare.

E allora di cosa stiamo parlando?

Sembra la stessa situazione nella quale si è trovato Gesù (mentre si recava al pranzo al quale era stato invitato da uno dei capi dei farisei): «notando come sceglievano i primi posti».

La cosa gli dà l’occasione di insegnare (anche oggi, e prima di tutti a me):

«Quando sei invitato… non metterti al primo posto…»

E’ proprio il consiglio che rispettiamo sempre, no?

Magari!

Invece, appena si riceve un mandato, un incarico, ci si gonfia di orgoglio e ci si precipita a dire: «lei non sa chi sono io!».

Ma a tutti (a me per primo) farebbe bene riascoltare il piccolo dialogo tra Gesù e Pilato:

«Gli disse allora Pilato: “Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?”. Gli rispose Gesù: “Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande”» (Gv 19,10-11).

Chi crediamo di essere?

Si dimentica sempre – e dico sempre – che tutto ciò che abbiamo – compreso quello che siamo, i nostri talenti, la nostra vocazione, i nostri incarichi e “poteri” – viene da altrove.

Nessuno si è fatto da solo (come invece ama ripetere da 25 anni un noto personaggio della politica…)!

Nessuno è quel che è per meriti propri!

Tutto quello che siamo e che abbiamo, l’abbiamo ricevuto da Dio.

E Dio ce lo ha messo nelle mani come ha fatto il padrone della parabola dei talenti (cfr Mt 25,14-30): sono i Suoi beni che abbiamo tra le mani, non i nostri!

Dobbiamo solo amministrarli, non credere che siano “cosa nostra”!

E l’unico modo per amministrarli sapientemente è utilizzarli come farebbe Lui, il padrone, ovvero condividendoli con chi non ha nulla e dando a ciascuno ciò di cui ha bisogno, non facendo distinzione di razza, di rango, di età… e nemmeno di comportamento morale, perché «egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45).

Proprio ciò che dovrebbe fare un buon amministratore della “cosa pubblica”, un buon politico…

Proprio quello che sentiamo diffondere a reti unificate dai nostri media:

«Non siamo né razzisti, né schifosi, né disumani. Ma abbiamo affermato il principio che in Italia si arriva se si ha il permesso: qui c’è spazio per chi vuole lavorare non per chi spaccia e fa casino»

Cercate un po’ su Google, e scoprirete chi l’ha detto… anche se il problema non è chi o quando l’ha detto, ma che tantissimi cristiani (anche preti e – ahimé – Vescovi) la pensano così

Umile è sinonimo di ultimo

Ma usciamo dai discorsi politici e veniamo all’insegnamento che sta alla base di tutto: quello sull’umiltà.

Prima di tutto c’è da sgomberare il campo dal pensiero che a Gesù interessi dare dei consigli di Galateo, di bon ton o – peggio ancora – dei suggerimenti “furbi” su come nascondersi dietro una falsa modestia per ottenere lodi, pregio e notorietà.

Non è quello che Lui ha cercato e non è quello che intende insegnare ai suoi.

Non c’è niente di peggio dell’umiltà pelosa, della falsa modestia.

Anche il brano evangelico di oggi va letto nelle due chiavi di lettura del “discorso della pianura” e dell’ultima cena, in particolare:

«Beati voi, poveri… Beati voi, che ora avete fame… Beati voi, che ora piangete…

Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame…

Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi…»

e

«chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve»

E dobbiamo sempre ricordare che Gesù si è incamminato – deciso e risoluto – verso Gerusalemme, per salire sulla Croce.

L’ho già accennato nella parte finale della riflessione della 15a domenica del Tempo Ordinario: umiltà è ricordarci che l’uomo è fatto di terra (humus), rimanere giù bassi, coi piedi per terra.

Ultimo è chi rende primi gli altri

In tal senso la richiesta di Gesù di umiliarsi non è un giocare a deprimersi di fronte agli altri (per davvero o per interesse).

Non è misconoscere i propri talenti (anche perché – provenendo essi da Dio – denigrarli sarebbe un offesa a Lui, che ce li ha donati).

Abbassarsi e rendersi umili come ha fatto Gesù è possibile solo innalzando e mettendo al primo posto gli altri, secondo quella classifica – così unica e speciale – di Dio, che troviamo nella conclusione della parabola dei lavoratori mandati nella vigna:

«gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16).

C’è un bel libretto di Clive Staples Lewis, intitolato Lettere di Berlicche (sono 31 lettere immaginarie in cui l’esperto diavolo Berlicche scrive dall’inferno al suo nipote apprendista Malacoda, che si sta “facendo le ossa”, cercando di traviare un giovanotto che si è appena convertito).

La 14a di queste lettere (leggendone i consigli al contrario) ci aiuta a capire  la differenza tra l’umiltà pelosa (“sono umile e me ne vanto”) e la vera umiltà in senso cristiano:

«Mio caro Malacoda, la notizia più allarmante del tuo ultimo rapporto è che… il tuo paziente è diventato umile; glielo hai fatto notare? Tutte le virtù sono per noi meno formidabili una volta che l’uomo è consapevole di possederle, ma ciò è vero in modo particolare dell’umiltà.
Sorprendilo nel momento che ha lo spirito veramente depresso, e contrabbanda nella sua mente la riflessione consolante: Per Giove! ma io sono umile!, e quasi immediatamente l’orgoglio, l’orgoglio della sua stessa umiltà – farà la sua apparizione.
Se s’accorge del pericolo e tenta di soffocare codesta nuova forma d’orgoglio, fallo inorgoglire del suo tentativo – e così di seguito, per tutte le fasi che vorrai…
Ma vi sono altre maniere utili per fissargli l’attenzione sulla virtù dell’Umiltà.
Per mezzo di questa virtù il nostro Nemico (“Dio”, ndr) vuol stornare l’attenzione dell’uomo dal proprio io per volgerla verso di Sé e verso il prossimo
Bisogna perciò che tu nasconda al paziente il vero scopo dell’Umiltà.
Non deve ritenerla dimenticanza di sé, ma una certa opinione (cioè una bassa opinione) dei suoi talenti e del suo carattere… Con questo metodo migliaia di uomini sono stati indotti a pensare che l’umiltà significa donne carine che si sforzano di credersi brutte e uomini intelligenti che si sforzano di credersi sciocchi…
Al fine di prevenire la strategia del Nemico dobbiamo considerare i suoi scopi… Il Nemico vuole che, alla fine, egli sia libero da ogni pregiudizio in suo favore, talmente libero da saper godere dei suoi  propri talenti con la stessa franchezza e la stessa gratitudine che dei talenti del suo prossimo… la Sua lungimirante politica consiste nel fatto, temo, di ridonare ad essi un nuovo genere di amor proprio una carità ed una gratitudine per tutte le persone, compresa la loro propria.
Quando avranno veramente imparato ad amare il prossimo come se stessi, sarà loro permesso di amar se stessi come il prossimo.
Non dobbiamo mai dimenticare ciò che è il tratto repellente e inesplicabile del nostro Nemico: Egli ama VERAMENTE quei bipedi spelati che ha creato e sempre restituisce con la destra ciò che ha tolto con la sinistra…
Il Nemico si sforzerà pure di rendere reale nella mente del paziente una dottrina che tutti gli uomini professano ma che riesce loro difficile conciliare con i loro sentimenti – la dottrina che essi non hanno creato se stessi, che i loro talenti sono stati dati loro… Il Nemico non vuol neppure che pensi troppo ai suoi peccati; una volta che se ne sia pentito, più presto volgerà l’attenzione al di fuori, e più compiaciuto sarà il Nemico» (C.S.Lewis, Lettere a Berlicche, 14).

Ecco da dove passa la vera umiltà: non dall’abbassare fintamente se stessi, ma dall’innalzare gli altri, riconoscendo in essi (e ri-donando a ciascuno di essi) la dignità originaria di figli amati da Dio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *