Santissimo Corpo e Sangue di Cristo

Gen 14,18-20; Sal 110; 1Cor 11,23-26; Lc 9,11-17

Una delle locuzioni latine più odiose è la famosissima «do ut des» (letteralmente «do perché tu dia», inteso «ti do qualcosa perché tu mi dia qualcosa in cambio»).

Eppure oggi l’avrei scelta come titolo della riflessione sulla Parola di Dio che ci viene donata in questa Solennità.

Non certo per intenderla nel significato tradizionale (e odioso), ma in modo nuovo: «ti do perché tu dia (agli altri)».

San Paolo, parlando ai Corinzi (nella seconda lettura di oggi) dice:

«Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso».

Mi è parsa subito singolare la formulazione di questa frase. Io averi detto (e così mi sembra siamo soliti parlare in italiano): «vi ho trasmesso quello che a mia volta ho ricevuto».

Invece no. Paolo dice prima di tutto «ho ricevuto», per sottolineare che il fatto più importante è che lui ha ricevuto da Dio.

Solo grazie all’aver ricevuto egli può dare, anzi «trasmettere» (che – di nuovo – ribadisce che ciò che dai non viene da te, non è tuo).

La stessa dinamica si presenta alla fine del brano di vangelo di oggi:

«li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla»

Nel testo originale – letteralmente – c’è: «li dava ai suoi discepoli perché li mettessero davanti alla folla». Quasi a sottolineare che il gesto non è ancora compiuto: la folla stessa è chiamata non solo a ricevere, passivamente, ma a continuare il gesto dei discepoli, distribuendo il pane all’interno dei gruppetti di cinquanta persone che Gesù ha chiesto di far formare.

Mi sembra chiaro anche qui che al centro di tutto c’è il dare di Gesù, e i discepoli non fanno altro che “prolungare” il gesto di Cristo (il quale – a sua volta – “prolunga” il dono di Dio Padre: lo si intuisce dal suo alzare gli occhi al cielo e pronunziare la benedizione prima di spezzare i pani). E la gente dei piccoli gruppetti è chiamata a sua volta a “prolungare” questo gesto, all’infinito.

Questo ci insegna l’Eucaristia: tutto viene da Dio.

Tutto ci viene donato dal Padre attraverso Cristo suo Figlio.

Tutto siamo chiamati a “trasmettere”, ovvero a condividere.

Tutti. Nessuno escluso.

In primo luogo i sacerdoti, che di questo Sacramento sono i ministri. E qui è davvero importante per noi consacrati riflettere e fare l’esame di coscienza sulla grettezza dei discepoli che volevano “liquidare” la faccenda congedando la folla (e consigliando pure a Gesù, sacerdote sommo, di fare così!).

Il sacerdote si chiama così proprio perché deve dare ciò che di sacro ha ricevuto da Dio (l’etimologia è “sacer – dare”).

Un sacerdote che non consegnasse tutto ciò che Dio gli dona non sarebbe più tale!

Ma tutti siamo chiamati a dare, perché siamo tutti “sacerdoti” in forza del nostro battesimo, e perché l’Eucarestia “funziona” solo se è condivisione.

Per questo Gesù ordina di far sdraiare la folla a gruppetti, perché si possano creare delle piccole Comunità, nelle quali si condivide, si parla, si contempla la grazia di Dio che si moltiplica.

Infine, tutti siamo chiamati a contemplare l’abbondanza del Dono di Dio:

«Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste».

Una cesta per ciascun discepolo.

Se avremo accolto l’invito di Gesù a farci prolungamento del suo Dono («Voi stessi date loro da mangiare») ci sarà una cesta di pezzi avanzati per ciascuno di noi, a memoria di un Dono che è tale solo se non è tenuto per sé, ma è consegnato e condiviso.