30a Domenica del Tempo Ordinario

Sir 35,15-17.20-22; Sal 34; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14

Vogliatemi perdonare per questo titolo che ricorda vagamente (e al contrario) il famoso gioco condotto da Mike Bongiorno, ma di fronte a questa seconda parabola sulla preghiera che Luca ci dona, mi è venuto subito in mente un incontro indimenticabile della mia gioventù.

Ero un giovane seminarista del ginnasio (1a superiore), nel lontano 1988, quando un pomeriggio sono salito “a passeggio” con la mia classe a visitare il Colle di San Vigilio in Città Alta.

Entrati nella piccola chiesetta abbiamo avuto la grazia di incontrare e ascoltare un anziano sacerdote della Diocesi di Bergamo che vi prestava servizio negli ultimi anni della sua vita: don Luigi Dolci.

Sono passati ben 31 anni, ma il piccolo “fervorino” che ci fece quel giorno è ancora vivido nella mia mente come fosse ieri… e spesso lo ripeto come un aneddoto edificante, perché ne sento tutta la portata e la verità, ogni giorno di più.

Una lezione di vita

Quel pomeriggio, il piccolo e anziano sacerdote – che noi baldanzosi adolescenti guardavamo incuriositi e con un certo senso di pietà – ci diede una lezione di vita indimenticabile, con una semplice esclamazione:

«Basta davvero poco all’uomo per perdersi irrimediabilmente!
(pausa di silenzio per creare suspense)…
Basta che dimentichi per strada una consonante!
(altra pausa di silenzio davanti ai nostri sguardi smarriti)
Sapete cosa succede se si toglie la lettera iniziale alla parola “Dio”?
(silenzio interrotto dai nostri mormorii)…
Esatto: rimane solo “io”… ed è questo l’inizio della rovina per l’uomo!»

Giuro: siamo rimasti pietrificati.

Con una semplice battuta ci aveva fatto capire quale grande baratro si apre davanti all’uomo se si fida solo di se stesso, dimenticandosi di essere nelle mani del buon Dio.

Un difetto antico

E’ il dramma dell’uomo moderno, che si sente l’ombelico del mondo (in questi giorni ha fatto tanto discutere la contesa se portare o no il famosissimo uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, che è un po’ l’immagine-simbolo dell’uomo messo al centro di tutto, come fosse la misura perfetta di tutte le cose).

E’ sempre stato il dramma dell’uomo, di tutti i tempi… basta leggere questi versetti del Profeta Geremia:

«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
e pone nella carne il suo sostegno,
allontanando il suo cuore dal Signore.
Sarà come un tamerisco nella steppa;
non vedrà venire il bene,
dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere» (Ger 17,5-6).

Schiena dritta o testa bassa?

Basta leggere la parabola di oggi.

Gesù ci rappresenta in modo plastico e teatrale la ridicolaggine di un uomo che persino nella preghiera (che dovrebbe essere il più alto di tutti gli incontri) non incontra altri che se stesso.

Il fariseo usa formule solenni e altisonanti ma (Luca annota)… «pregava tra sé». Anzi, letteralmente c’è scritto «diceva queste preghiere a se stesso»!

Un’altra annotazione riguarda la postura del corpo: «stando in piedi». Letteralmente «stando dritto con la schiena», che è lo stesso atteggiamento biasimato da Gesù in Matteo 6,5:

«quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente».

Quanta gente pensa che sia un segno di fortezza e maturità “tenere sempre la schiena dritta”…

Il pubblicano invece sta con la testa piegata («non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo»), in atteggiamento umile e pentito («si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”»).

Dialogo, non monologo

Domenica scorsa, per spiegare che la preghiera è prima di tutto un atteggiamento, una condizione, usavo l’esempio dei moderni cellulari, sempre connessi.

Beh… non è un caso che oggi invece, quello che dovrebbe essere uno strumento di comunicazione eccezionale, è diventato il rifugio di tutti gli individualisti del mondo, che non incontrano più nessun altro che il proprio ego.

Basti pensare che persino la fotocamera dello smartphone è utilizzata sopratutto per farsi dei selfie!

Ancora una volta è rimasto solo l’Io, al centro di tutto.

Quello del fariseo è un monologo, al centro del quale c’è solo il suo ego, il suo Io smisurato.

Quello del pubblicano è un dialogo, al centro del quale c’è la smisurata e immensa misericordia di Dio.

«Quando pregate dite Abbà, papà» ha insegnato Gesù.

E nessuno – credo – avrebbe il coraggio di giochicchiare col cellulare e trastullarsi coi propri interessi mentre parla con suo padre (o forse sono troppo idealista?)…

Gesù ci ha detto «Quando pregate dite Padre nostro», non «Padre mio»

Ovvero: «quando preghi, ricordati che non è una “questione privata” tra te e Dio».

Se no si rischia – anche nella preghiera – di “cantarsela e suonarsela” da soli!

Rivoluzione copernicana

Credo che tutti oggi dobbiamo andare a scuola di umiltà dal pubblicano della parabola, e operare in noi una conversione che abbia lo stesso effetto delle scoperte di Galileo, Keplero e Copernico.

Prima di loro gli uomini erano convinti che la terra stesse ferma e il sole ci girasse attorno. Le loro scoperte hanno permesso di capire che invece è il contrario.

Peccato che l’effetto sortito è stato l’esatto opposto di quello che ci si aspettava: invece di tornare coi piedi per terra e capire che non era lui il centro di tutto l’universo, l’uomo “scientifico” si è montato la testa e insuperbito sempre più, arrivando a pensare di poter fare a meno di Dio.

Ecco: abbiamo bisogno di compiere una nuova “rivoluzione copernicana” nella nostra vita.

Dobbiamo rimettere al centro Dio, e far sì che tutta la nostra esistenza ruoti attorno a Lui, non il contrario (come capita spesso nelle nostre preghiere e affermazioni «Dio dovrebbe fare così… Dio dovrebbe impedire di là… Signore, perché permetti questo?… etc etc»).

Mi gioco tutto

Alla Ruota della fortuna comprare una vocale costava un milione delle vecchie lire… io oggi, costasse anche un miliardo di dollari, costasse la mia vita, decisamente compro una consonante.

E scelgo la “D”!